Tutto scorre…

“Tutto scorre…” è un libro di Vasilij Grossman, che lo scrisse tra il 1955 e il 1963.

La trama quasi semplice e scarna racchiude in realtà qualcosa di estremamente complesso e indecifrabile, trattando temi quali la tortura nei lager, le grandi purghe del comunismo, lo sterminio dei kulaki, la rivoluzione di Lenin e il terrore dello stalinismo.

Grossman offre cioè un’analisi della Russia comunista, aprendo una finestra su un aspetto dello stalinismo che rimase nascosto per molti anni, dipingendo Stalin come colui che aveva sconfitto il nazi-fascismo e non come il dittatore brutale che in realtà era.

Il protagonista del libro è Ivan, che, dopo ventinove anni di reclusione nel lager, ottiene la libertà e torna nella sua città, dove scopre il dolore di una nuova perdita: la perdita di ciò che era e non è più, la perdita del lavoro, della stima degli altri, anche del cugino, che lo ferisce con il suo sguardo imbarazzato, la perdita della donna che amava. Perché tutto scorre, tutto è passato, mentre la vita di Ivan si era arrestata nel lager.

Grossman intreccia la storia di Ivan con delle riflessioni, incentrate in particolare sui caratteri di Lenin e di Stalin, alla ricerca delle motivazioni che hanno condotto la Russia infervorata dall’idea della rivoluzione comunista a diventare una delle più efferate dittature della storia.

Grossman parte da una metafora particolarmente efficace nella sua semplicità: l’individuo sinceramente animato da un rivoluzionario spirito comunista rimane devoto allo stato come un cane con il padrone che lo picchia, senza capire che lo stato, una volta raggiunto il potere, non ha più bisogno dei rivoluzionari che glielo hanno dato, che anzi gli risultano ora soltanto un fardello. Proprio su questa logica si basarono le grandi purghe e i grandi processi con cui Stalin, negli anni Trenta, epurò tutta la prima generazione rivoluzionaria: i processi erano pubblici, il loro scopo non era quello di individuare una verità giuridica-verità che non esisteva-ma piuttosto volevano essere un monito per tutta la popolazione. Era perciò essenziale che l’imputato fosse sincero nella confessione, che si convincesse intimamente della sua colpa, per quanto assurde fossero le accuse che gli venivano mosse: per questo, nei processi pubblici erano coinvolti sinceri comunisti, che avevano sacrificato la propria vita in nome della rivoluzione, e che ora, con la confessione, dimostravano in maniera estrema la loro fedeltà alla causa comunista.

Abbiamo ricordato come l’immagine dello Stalin artefice della sconfitta nazifascista adombrasse l’immagine dello Stalin dittatore: è sì vero che la modernizzazione a tappe forzate che Stalin impose al paese consentì alla Russia di sconfiggere la potente Germania, ma è altrettanto vero che non si conoscevano i costi umani di un tale risultato. Grossman ci torna in aiuto nel suo libro per chiarire questo concetto, sottolineando come, mentre lo sviluppo dell’Occidente era fecondato dalla crescita della libertà, lo sviluppo della Russia era fecondato dalla crescita della schiavitù e della non-libertà.

La dimensione dittatoriale aveva preso il suo avvio dai tempi di Lenin e del suo comunismo di guerra, ma con Stalin le categorie rivoluzionarie di dittatura, terrore, lotta alle libertà borghesi-ereditate da Lenin, il quale però le reputava categorie temporanee, necessarie solo a vincere la guerra civile contro le armate bianche-divennero la base dello stato russo, confluendo nella tradizionale non-libertà nazionale russa.

Grossman offre quindi una panoramica della storia del comunismo russo, dei suoi caratteri più crudi e atroci che per molto tempo rimasero nascosti, concretizzandola nella storia di un uomo che, come tanti, fu ingiustamente logorato dalla tortura del lager.

E lo fa con uno stile scarno, realista e crudo, che è perfettamente modellato sul contenuto del libro e sui temi trattati.

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