Primavera

488104_10200210561739632_1529963169_nÈ una mattina come tante altre su via di Valle Muricana: il sole splende costringendomi ad indossare gli occhiali da sole; nel cielo azzurro chiaro si affacciano soffici nuvole bianche, che hanno un qualcosa di familiare con la panna montata e con la lana candida delle pecore che pascolano nel campo che costeggia la strada principale. Alla fermata dell’autobus 035, l’unico che transita su questa strada, da Prima Porta fino a Borgo Pineto, una ragazza, che ritengo poco più giovane di me, tenta di scacciare un’ape. Mi sembra quasi di sentirne il ronzio. Nel giardino della scuola elementare di Via Concesio i bambini giocano sotto la vigile attenzione della loro maestra: alcuni si rincorrono ed il fragore delle loro innocenti risate si perde nel frenetico scalpiccio dei loro passi frettolosi. Quella zolla di terra adibita a parcheggio che fronteggia la scuola continua, nonostante il sole di questi ultimi giorni, ad essere costellata da profonde pozzanghere, soprattutto dopo il nubifragio che si è abbattuto sulla capitale il 31 gennaio scorso, e che si è scagliato con particolare violenza sul quartiere di Prima Porta.

Sono fortunata, trovo parcheggio proprio davanti alla stazione del treno “La Giustiniana”. La ferrovia urbana Roma-Montebello si snoda da Montebello fino a Piazzale Flaminio, collegando in soli venticinque minuti la periferia ed il centro di Roma.

Gli occhi luminosi del treno sbucano da dietro la curva e allo stridio che si accompagna alla fermata del convoglio fa seguito l’apertura delle porte, rapida e metallica. Punto il mio solito posto vicino al finestrino e me ne approprio. Sul vagone, poche altre persone contribuiscono a dare colore al treno: un ragazzo con al seguito una cartellina all’interno della quale si accalcano caoticamente squadre, righe e compassi; lo immagino alla facoltà di architettura di Valle Giulia; in fondo al vagone, in un angolo che sembra meno luminoso rispetto al resto del convoglio, una ragazza con i capelli rasati da un lato, come vuole la moda del momento, ripete qualcosa freneticamente, interrompendosi di tanto in tanto per dare un’occhiata fugace al libro che tiene in bilico sopra le ginocchia spigolose; probabilmente ha un esame. Mentre indugio sui dettagli degli altri passeggeri, il treno raggiunge la fermata di Grottarossa. La mia attenzione viene rapita dallo scenario di natura circostante, che sembra farsi sempre più selvaggio man mano che il convoglio serpeggia tra le varie stazioni. Erba incolta che si fa prepotentemente spazio tra le aride rotaie del treno, distese di campi verdi pascolati da mucche e pecore, che vedo rimpicciolire con la coda dell’occhio man mano che il treno prosegue il suo percorso verso il centro della città. Su qualche sconfinata distesa verde sopravvive una pozzanghera qua e là, che ha in sé ancora il sapore pungente dell’inverno.

Una vibrazione del cellulare mi costringe ad interrompere questi pensieri, che rimpiccioliscono rapidi nel caos della mia mente; osservando il freddo schermo del telefono, mi rendo conto della data: oggi è il 20 marzo, oggi è l’equinozio di primavera, che segna l’inizio della bella stagione e che, come tutti gli inizi, racchiude e sprigiona un coinvolgente ottimismo. Tornando a guardare fuori dal finestrino, i campi mi appaiono più verdi, il cielo più azzurro, le nuvole perdono anche l’ultima nota di minacciosità, e quelle pozzanghere sembrano essere solo il ricordo di un inverno ormai definitivamente trascorso. Istantaneamente, mi viene voglia di togliermi il sopra abito, come se la consapevolezza di essere entrati nella stagione primaverile avesse riscaldato il mio corpo.

Ripongo il cellulare nella borsa, alzo gli occhiali da sole sopra la testa, e continuo a godermi lo spettacolo della primavera che sboccia, tra La Giustiniana e Piazzale Flaminio, lungo i binari della ferrovia Roma-Viterbo, non curante del cellulare che continua a vibrare. 

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