Il Giorno della Memoria: un po’ di storia

Il Giorno della Memoria, il 27 gennaio, si commemorano le vittime della Shoah. La scelta della data risale al 27 gennaio 1945, quando le truppe sovietiche entrarono nel campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia, liberandone i numerosi prigionieri. 

La presa di coscienza di ciò che effettivamente era avvenuto durante il regime nazista fu, negli anni seguenti, qualcosa di estremamente problematico, soprattutto, ovviamente, per la popolazione tedesca. Tante le domande che circondano quegli avvenimenti, domande che rimasero avvolte nel silenzio per molti anni, ovattate dal desiderio di voler andare avanti come se niente fosse successo, dal desiderio di dimenticare, di far prevalere il negazionismo e il revisionismo. Il Giorno della Memoria, invece, serve proprio ad evitare che questo succeda, serve a ricordare quegli eventi, affinché non se ne perda mai la consapevolezza e affinché sia sempre ben presente quale può essere la brutalità a cui può spingersi il genere umano. Una brutalità che in tanti, in troppi hanno vissuto sulla loro pelle, senza avere la forza, per anni, di raccontare quello che era loro capitato, incapaci di esprimere qualcosa che è al di fuori di quella che usiamo definire “umanità”. Eppure, dopo anni e anni, molti di coloro che hanno vissuto quest’esperienza in prima persona hanno deciso di provare a rendere partecipe l’umanità di quegli eventi, raccontandosi attraverso libri ed interviste, soprattutto in questo giorno, il 27 gennaio. I testimoni sono perlopiù anziani che all’epoca erano ovviamente dei bambini, bambini che hanno assistito e hanno vissuto qualcosa che li ha svuotati e privati della loro fanciullezza, e li ha catapultati in un mondo inconcepibile e inafferrabile anche agli occhi degli adulti. Tante le esperienze disumane raccontate, tante le immagini scolpite nei nostri occhi e nelle nostre menti, che tornano a farsi nitide e a ridefinire i propri contorni più che mai in questo giorno.

Una delle domande principali che ci si è posti, a posteriori, riguarda l’origine della violenza nazista, e la possibilità che un fenomeno simile possa verificarsi in futuro. In fondo, è proprio questo uno dei principali scopi della storia: analizzare il passato, comprendere le cause che hanno condotto ad un determinato evento storico, comprenderne gli errori ed evitare di ripeterli.

In tanti hanno provato a dare una risposta a queste domande, per le quali probabilmente non esistono risposte giuste e risposte sbagliate. Ma certamente è utile rifletterci. Tra i tanti libri che trattano l’argomento, c’è “La violenza nazista. Una genealogia” di Enzo Traverso.

Il titolo stesso fa ben comprendere quale sia l’obiettivo dell’autore: indagare le origini della violenza nazista, identificandone i padri e gli antenati. Traverso sottolinea come le origini del processo nazista e della Soluzione Finale trovino le loro radici più profonde nella stessa cultura occidentale, o meglio, nelle forme di violenza che la cultura occidentale aveva già sperimentato a partire dalla storia moderna. Nel suo excursus, Traverso parte dalla fine del 1700, quando fu introdotta la ghigliottina, strumento che permise di serializzare la morte e di renderla meno brutale, inaugurando un filone di “violenza fredda”, in cui chi uccide è sempre meno coinvolto nell’uccisione stessa. L’utilizzo della ghigliottina richiedeva la compresenza di tre figure: il medico, il giudice e il boia. Figure a cui l’esperienza nazista dei campi di concentramento deve molto. Un ulteriore evoluzione della “morte seriale” si avrà con la fabbrica fordista, modello che permette di incrementare la produzione segmentandone le varie tappe in operazioni semplici ed elementari, sistema che è facilmente individuabile nei campi di concentramento, nel funzionamento dei quali sono immediatamente distinguibili alcune semplici operazioni separabili le une dalle altre: l’identificazione degli ebrei, la loro deportazione, la distinzione tra coloro che erano adatti al lavoro e coloro che non lo erano, la conduzione alle camere a gas, la spogliatura dei cadaveri, ed infine la conduzione ai forni crematori, l’ultima tappa di questa “fabbrica della morte“, che produceva cadaveri in serie. La violenza coloniale è un altro punto da tenere in considerazione: l’identificazione di una razza come inferiore rispetto ad un’altra, e le conseguenti discriminazioni e violenze, infatti, non sono qualcosa che nasce con l’esperienza nazista, benché questa ne sia l’esito estremo. Tali concezioni nascono già nell’esperienza coloniale occidentale ottocentesca, durante la quale le pratiche imperialistiche, efferate e violentissime, erano giustificate dal fatto che tali popolazioni erano reputate inferiori, considerate “non ancora capaci di essere individui”. Da non dimenticare è anche il crescente sentimento antisemita che dilagava tra i paesi occidentali, primo tra tutti la Francia(emblematico a tal proposito il caso Dreyfus, un militare francese ebreo accusato di aver trasmesso documenti militari ai tedeschi e di essere quindi responsabile della disfatta francese a Sedan, nel 1870), già dall’Ottocento. Tutte queste linee, queste forme della violenza trovarono una prima estremizzazione durante la prima guerra mondiale, il conflitto che segnò il tramonto dell’Ottocento e l’alba del Novecento, perché inaugurò un nuovo modo di combattere, sancendo la morte della guerra eroica e valorosa, quella che infervorava l’animo dei giovani attraverso travolgenti romanzi, e inaugurando la stagione della guerra tecnologica, dove la morte è anonima e di massa, ed implica una totale disumanizzazione del nemico. Traverso sottolinea, però, che se è vero che la violenza nazista ha parentele indissolubili con la cultura occidentale, è altrettanto vero che sarebbe sbagliato ricondurre il nazismo e la Shoah ad una semplice filiazione di tale cultura, perché è evidente che tale filiazione è avvenuta in forme patologiche. Piuttosto, la violenza nazista ha operato una sintesi estrema di tutte quelle forme di violenza sperimentate già, ma separatamente le une dalle altre, nel corso della storia moderna. Una sintesi, per ora, unica, che non si è mai ripetuta. Ma questo non può darci la certezza assoluta che in futuro una sintesi di violenza altrettanto brutale, disumana ed efferata, non si verificherà, considerando anche il fatto che sempre nuove forme di violenza sorgono all’orizzonte.

Un motivo in più, quindi, per ricordarsi di non dimenticare. 

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